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«PADRE, AMICO E MAESTRO»
Intervista all’Arcivescovo in occasione del pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II, sabato 14 maggio 2011

 

Eccellenza, fino al giorno dell'elezione di Papa Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 1978, aveva mai sentito parlare di Karol Wojtyla?
Sapevo che era Arcivescovo di Cracovia e che aveva predicato gli Esercizi Spirituali al Papa e alla Curia Romana nel 1976. Ma nulla più.
Come fu accolta l'elezione di questo Papa "straniero" e così "giovane"? Fu veramente uno shock?
Se la sottana, la fascia e lo zucchetto bianchi non potevano sorprendere, la sorpresa fu innanzitutto il nome. Ero in piazza san Pietro quella sera, insieme a migliaia di persone. Quando il Cardinale Protodiacono Pericle Felici annunciò dalla Loggia della Basilica Vaticana il nome dell’eletto, Karol Wojtyła, una signora romana vicino a me esclamò: «O Dio, un negro! E mo’ come famo?». Vedemmo poi un atleta di 58 anni, dal volto squadrato, nel quale si leggeva tanta forza quanta certezza.
Un polacco: quello era l’evento. La lunga lista di papi italiani - dal 1522 - veniva improvvisamente interrotta. Più straordinario ancora: i Cardinali riuniti in Conclave non avevano esitato a designare un uomo il cui ministero si esercitava al di là della cosiddetta “cortina di ferro”, in un Paese il cui regime si proclamava orgogliosamente materialista ed ateo. Scrisse in quei giorni il quotidiano francese Le monde: «Prima Papa Giovanni, il Concilio, poi Paolo VI. Adesso un Papa che viene dalla Polonia cattolica. Sono dieci anni che parliamo di fantasia al potere (si riferiva agli slogans del ‘68). Per ora dobbiamo concludere che, almeno nella scelta dei Papi, la sola fantasia al potere la si è vista al di là del portone di bronzo vaticano».
 
Ricorda il primo incontro con Giovanni Paolo II? Che impressione le fece?
Incontrai il Papa la prima volta il 22 ottobre 1978. Ricordo bene l’emozione del giovane prete che ero. Sul sagrato della Basilica Vaticana Giovanni Paolo II iniziava solennemente il ministero di Pastore della Chiesa Universale e, all’omelia, gridava al mondo, alle nazioni, ai popoli: «Non abbiate paura! Aprite, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura! Cristo sa che cosa c’è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!». André Frossard scrisse: «L’uomo vestito di bianco che avevamo davanti a noi aveva la statura degli apostoli, e le sue prime parole, lanciate con una voce che sembrava far risuonare tutte le campane di Roma, chiamavano alla testimonianza. Si sarebbe detto che erano pronunciate all’ingresso del Colosseo, un giorno di persecuzione, da un Papa delle catacombe che invita i fedeli a seguirlo tra le fauci dei leoni».
 
Come era il Papa nel privato, lontano dalle telecamere e dai flash fotografici?
Giovanni Paolo II viveva pienamente la sua umanità, con le emozioni e le reazioni comuni ad ogni uomo. Non ho mai rilevato in Lui un atteggiamento pubblico diverso dal privato: semplice e spontaneo, cordiale ed attento, il Papa privilegiava il rapporto personale. E questo lo abbiamo visto negli incontri protocollari come in quelli “domestici”. Gli interessava ascoltare e conoscere il suo interlocutore e partecipare così in qualche modo della sua vita. Ricordo come nell’ultimo viaggio in Polonia, nel 2002, volle raccogliere attorno alla sua mensa gli antichi compagni di liceo: fu una serata all’insegna dell’amicizia e dei ricordi, rallegrata da canti di montagna eseguiti in coro.
 
A Giovanni Paolo II si deve la grande intuizione delle Giornate Mondiali della Gioventù. Come mai questo Papa ha attirato così tanto il mondo giovanile?
«Mi sono sempre sentito molto vicino ai giovani. Essi portano in sé possibilità molto grandi. Non si può non amarli. Penso che essi vogliano incontrarsi con ognuno di noi in questo punto decisivo di riferimento. L'amore, infatti, è l'affermazione della persona, l'affermazione dell'uomo nella sua umanità. I giovani hanno bisogno di tale affermazione. Ne sono particolarmente sensibili. E su ciò si basa soprattutto l'intesa con loro». Sono parole che confermano e spiegano la singolare atmosfera di amicizia, di gioia, ma anche di attenzione profonda che hanno caratterizzato gli incontri del Papa con i giovani. L’impatto su di loro scaturiva essenzialmente dalla sua duplice convinzione: occorre che la Chiesa abbia una profonda comprensione di ciò che è la giovinezza, dell’importanza che riveste per ogni uomo, e che i giovani conoscano la Chiesa, che in essa scorgano Cristo.
«Quando incontro i giovani, in qualunque luogo del mondo, attendo prima di tutto ciò che vorranno dirmi di loro, della loro società, della loro Chiesa. E sempre li rendo consapevoli di questo: "Non è affatto più importante ciò che vi dirò: importante è ciò che mi direte voi"». Queste parole, tratte da uno dei capitoli più intensi del libro-intervista Varcare le soglie della speranza, riassumono efficacemente il significato più profondo della pastorale giovanile di Giovanni Paolo: prima della parola viene l'ascolto, prima del messaggio viene la disponibilità a decifrare le speranze e le inquietudini che attraversano i cuori e la vita. Sta qui - mi sembra - la chiave del successo che i gesti e le parole del Papa hanno incontrato tra i giovani: in Lui essi hanno trovato coniugate la disponibilità al dialogo e l'autorità di un magistero credibile, perché coerente. Nei suoi ripetuti incontri con loro, Giovanni Paolo II non si è mai stancato di sollecitare domande, di provocare interrogativi, di far emergere incertezze. È l'atteggiamento del Cristo, che parte dai problemi degli uomini per dare loro risposte di verità eterna, che sanno però incarnarsi nella storia degli individui e dei popoli. E quando il Papa parlava dei giovani come della "speranza della Chiesa", le sue parole non suonavano retoriche, non lasciavano addosso il sapore di un'adulazione che tende a blandire, ma diventavano manifestazione di fiducia e, ad un tempo, sfida che sollecitava una risposta da tradursi in impegno concreto.
 
Lei ha organizzato diverse Giornate Mondiali della Gioventù al fianco del Papa. Ci racconti un episodio particolare che, anche a distanza di anni, le è rimasto impresso.
In occasione della Giornata Mondiale a Denver negli Stati Uniti, nel 1993, il Papa è stato accolto al Mile High Stadium da migliaia di giovani. Salendo sul palco si è soffermato a lungo sulla scalinata, scrutando intensamente la folla, mentre i maxi-schermi trasmettevano in primo piano il suo volto commosso, quasi con le lacrime negli occhi. Il giorno dopo apparve su un giornale americano l'intervista di un giovane che commentava così:«Michael Jackson non ha mai pianto per me!». Aveva colto nella commozione di Giovanni Paolo II quanto egli fosse importante per il Papa.
 
Giovanni Paolo II ha portato il Vangelo sulle strade di tutto il mondo, rompendo anche i rigidi schemi del protocollo. Qual è stato il motivo che lo ha spinto più volte in tutti i continenti?
Fin da quando era Vescovo Ausiliare di Cracovia, Mons. Wojtyła consacrava appena cinque ore per notte al sonno, perché riteneva prioritario l’incontro con la gente, correndo senza fermarsi da una parrocchia all’altra. Nel 1976, in occasione degli Esercizi Spirituali predicati in Vaticano, parlò di queste visite come di una «forma singolare di pellegrinaggio al santuario del popolo di Dio». Divenuto Arcivescovo di Cracovia, poi Cardinale, non cambierà. E neppure quando sarà Papa: una volta che il mondo è divenuto la sua parrocchia, ha voluto conferire a questo metodo pastorale una dimensione planetaria. «Venuto da lontano», non poté astenersi dal guardare lontano: «Per viaggiare si deve vivere, e per vivere si deve viaggiare». Un giorno affermò scherzosamente di sentirsi sia successore di Pietro, e quindi obbligato a tornare a Roma, sia successore di Paolo, e quindi spinto ad intraprendere sempre nuovi viaggi pastorali. A puro livello di cronaca, ricordo che in 104 viaggi internazionali il Papa ha visitato 129 Nazioni, ha percorso 1.162.615 kilometri (il che equivale a 29 volte il giro della circonferenza terrestre e a 3 volte la distanza che separa la terra dalla luna) ed ha pronunciato 2.382 discorsi. In Italia, ha compiuto 146 viaggi fuori Roma percorrendo 84.998 kilometri (quasi 72 volte la distanza ortodromica nord-sud del Paese), ha visitato 317 parrocchie romane su 332, ed ha pronunciato oltre 900 discorsi. Ma non è tanto l'aspetto statistico che conta, né il numero dei kilometri percorsi e dei discorsi pronunciati, bensì il significato che a questo impressionante lavoro deve essere attribuito e l'invito che esso rivolge a tutti perché se ne comprenda correttamente il senso.
Non è detto che ogni Papa debba agire allo stesso modo. Ogni Sommo Pontefice porta alla Chiesa il proprio carisma e la propria sensibilità, ma certamente il dinamismo del pontificato di Giovanni Paolo II ha lasciato un segno profondo. Ad un Papa che fosse rimasto fermo in Vaticano non sarebbero stati possibili quelli che sono forse i suoi viaggi più lunghi, anche se su distanze modestissime: quello oltre Tevere, alla Sinagoga di Roma e a Montecitorio, e quelli ad Assisi per l’incontro con i rappresentanti delle grandi religioni del mondo.
«Il Papa va - affermò - come messaggero del Vangelo per i milioni di fratelli e di sorelle che credono in Cristo, li vuole conoscere, abbracciare, dire a tutti - bambini, giovani, uomini, donne, operai, contadini, professionisti - che Dio li ama, che la Chiesa li ama, che il Papa li ama; e per ricevere altresì da essi l’incoraggiamento e l’esempio della loro bontà, della loro fede».
 
Durante il suo Pontificato tante piaghe hanno ferito il mondo; il Papa più volte ha preso posizione...
«Basta con la guerra in nome di Dio! Basta con la profanazione del suo nome santo! Sono venuto in Azerbaijan - è il 22 maggio 2002 - come ambasciatore di pace. Fino a quando avrò fiato griderò: “Pace, nel nome di Dio!”. Se parola si unirà a parola, nascerà un coro, una sinfonia, che contagerà gli animi, estinguerà l’odio, disarmerà i cuori». Con lo stesso tono appassionato, dieci mesi più tardi il Papa rivolgerà ai contendenti l’estremo appello alla vigilia dell’avvio della guerra in Iraq: «Io appartengo alla generazione che ricorda bene, che ha vissuto - e grazie a Dio è sopravvissuta - la seconda guerra mondiale e per questo ho anche il dovere di ricordare a tutti questi giovani, più giovani di me, che non hanno avuto questa esperienza, ho il dovere di dire: mai più la guerra!». È lunga la lista dei conflitti per i quali Giovanni Paolo II è intervenuto senza mai disperare: dall’ex Jugoslavia fino all’Indonesia, passando per il Libano, il Congo, il Golfo Persico, il Rwanda e il Burundi, le Malvine, l’Iraq, le Torri Gemelle ... Egli ha così raggiunto una statura internazionale ineguagliabile, riconosciuta da molte persone in disaccordo con Lui su altri temi. La sua costanza è risultata più chiara ancora nei messaggi per la Giornata Mondiale della pace, il 1° gennaio di ogni anno. Tuttavia, ha certamente provato la tristezza di colui che grida nel deserto senza essere ascoltato: i Capi di Stato lo hanno seguito poco.
 
Eccellenza, lei ha anche curato i viaggi di Giovanni Paolo II. Soprattutto negli ultimi, quando i segni della malattia si rendevano particolarmente evidenti, è mai venuto meno il desiderio del Papa di andare ad incontrare la gente laddove essa vive?
Sulla naturalezza, sull’ovvietà quasi dell’opzione di Giovanni Paolo II di muoversi dal Vaticano non ha mai avuto dubbi l’umile popolo di Dio al quale un non cosciente - ma non per questo meno profondo - istinto ecclesiale ha consentito di vedere ciò che ancora restava oscuro ai più sapienti. Di fatto più di una volta l’attenzione pastorale a questo bisogno, speranza, gioia del popolo di Dio di “vedere Pietro” è risultata vittoriosa su tante altre considerazioni dettate da umana e cristiana prudenza, quando si è trattato di decidere una visita pastorale anche in situazioni delicate e non esenti da rischi di strumentalizzazione politica. Allora più che mai, insieme con l’alto mandato affidato a Pietro di confermare i fratelli nella fede, si è rivelato in tutta la sua ricchezza evangelica il commovente ministero di “consolare la Chiesa”.
Dopo il Grande Giubileo, Giovanni Paolo II si propose ancora di «servire la Chiesa quanto a lungo (Dio) vorrà», come affermò nel maggio 1995, al compimento del 75.mo anno. Nella Lettera agli anziani (1999) aveva scritto: «Il dono della vita, nonostante la fatica e il dolore che la segnano, è troppo bello e prezioso perché ce ne possiamo stancare... Nonostante le limitazioni sopraggiunte con l’età, dopo più di 20 anni sul soglio di Pietro, conservo il gusto della vita. Ne ringrazio il Signore. È bello potersi spendere fino alla fine per la causa del Regno di Dio».
Quando i suoi collaboratori vedevano con comprensibile apprensione il moltiplicarsi degli impegni e dei viaggi apostolici, e glielo facevano delicatamente notare, il Papa si rifaceva sempre alla missione ricevuta, affermando di volerla compiere fino in fondo, fino alla fine. Non indietreggiò davanti alle difficoltà. La testimonianza data nel tempo della sofferenza e della malattia, con volontà determinata, ha toccato la gente forse più di tante sue parole.
 
Giovanni Paolo II e la malattia: il Papa non ne ha mai fatto mistero. In privato lo avete mai visto scoraggiato?
II Papa che abbiamo conosciuto come l'atleta di Dio, l'uomo forte, energico, indipendente, è stato ridotto dalla malattia alla dipendenza e alla fragilità. Dopo la rottura del femore ha cominciato a doversi appoggiare ad un bastone. Mentre il morbo di Parkinson progrediva, si manifestavano i suoi effetti. Credo che ciò abbia costituito per Lui un autentico esercizio di povertà e di umiltà. Quanto gli deve essere costato apparire in pubblico ormai limitato nella sua autonomia! Ricordo i primi tempi in cui si doveva appoggiare ad un bastone: evitava di portarlo nelle udienze; lo lasciava dietro la porta ed entrava nell'aula Paolo IV zoppicando. Poi poco a poco, la sedia a rotelle, l'incapacità di muoversi autonomamente e, finalmente, l'impossibilità di esprimersi. All'uomo che aveva fatto della parola e del gesto una delle caratteristiche peculiari del suo pontificato, il Signore ha tolto gradualmente la facoltà prima di muoversi e poi anche di parlare. Ma il Papa anziano, malandato, sofferente, non tornò indietro. Quante lettere ricevute in quegli anni in Vaticano da persone ammalate affermavano che l'esempio del Papa li aiutava ad andare avanti...
 
Qual è il ricordo più bello che Lei ha di e con Giovanni Paolo II?
Quanti lo abbiamo accompagnato non potremo dimenticare quest’uomo vestito di bianco che, quasi ignorando le folle deliranti, si metteva in ginocchio e si immergeva in contemplazione. Nessuno poteva dubitare che parlasse con Dio. Rimaneva a lungo con gli occhi chiusi, talvolta si aveva l’impressione che si fosse addormentato, ma bastava guardare le labbra: si muovevano in raccolta preghiera. Fin dalle prime volte che ho avuto occasione di essere vicino a Lui, sono stato colpito dalla sua capacità di entrare in dialogo con Dio. Circondato da folle impressionanti, il Papa si metteva in ginocchio e pregava come se fosse stato solo; intorno a Lui il mondo scompariva. Durante gli spostamenti, sia in casa passando da una stanza all'altra lungo i corridoi, sia durante i viaggi in aereo, in auto, in nave, in elicottero, aveva sempre in mano la corona del rosario. In ogni momento di silenzio o di pausa, lo si vedeva mormorare qualche cosa. Prima delle celebrazioni liturgiche, sia a Roma che nel mondo, mentre indossava i paramenti non parlava, pregava sottovoce. Non so che cosa dicesse, ma lo si sentiva mormorare sommessamente qualcosa. Al termine della Messa, tornato in sacrestia, si metteva in ginocchio per terra e, prendendo la testa tra le mani, si raccoglieva in preghiera di ringraziamento, per tutto il tempo necessario. Molte volte, dovendo rispettare il programma, dopo un po' osavamo avvicinarci e dirgli sottovoce: «È ora di andare». E più di una volta egli ha sollevato il volto verso di noi e ci ha detto: «Un momento». Doveva terminare la preghiera, che era la cosa più importante.
 
Quale il gesto di Giovanni Paolo II che ha più lasciato il segno?
Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato ricco di segni, che hanno sorpreso ed interpellato la curiosità e la coscienza del mondo, e la cui memoria viene custodita dalla Chiesa come tesoro prezioso. Tra i tanti, uno mi rimane particolarmente impresso: nel corso della liturgia domenicale in San Pietro il 12 marzo 2000, il Papa abbraccia e bacia il grande Crocifisso di San Marcello al Corso, durante la celebrazione della “giornata del perdono”. È la liturgia nel corso della quale Egli ha confessato i peccati commessi dai cristiani lungo i secoli fino ad oggi, nella coscienza che la Chiesa è un soggetto unico nella storia. In tutte le generazioni è brillata la sua santità, testimoniata da innumerevoli suoi figli; essa è stata tuttavia contraddetta dalla presenza del peccato che ha continuato ad appesantire il cammino del popolo di Dio. Disse: «I cristiani sono invitati a farsi carico, davanti a Dio e agli uomini offesi dai loro comportamenti, delle mancanze da loro commesse. Lo facciano senza nulla chiedere in cambio, forti solo dell’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori».
L’umile confessione dei peccati e la richiesta di perdono non intendeva operare solo una purificazione della memoria: era anche un’occasione per cambiare la mentalità, la prospettiva di certi atteggiamenti, per far emergere un insegnamento per il futuro, nella consapevolezza che i peccati del passato permangono come una tentazione nell’oggi.
 
Il Pontefice riusciva ad attirare molto l'attenzione della gente, ad instaurare un'immediata empatia con le folle che lo attendavano in ogni parte del mondo. Cosa diceva di tutta questa attenzione nei suoi confronti?
Qualcuno riteneva che il Papa viaggiasse per una ricerca di popolarità. Ma leggendo i suoi discorsi si può immediatamente capire che non era quella la sua preoccupazione. L'insegnamento chiaro ed esigente, continuamente ripetuto e riproposto, pone in evidenza come tutto il suo impegno fosse sostenuto e motivato dalla sua coscienza di Pastore della Chiesa Universale, chiamato ad annunciare e a diffondere la verità. Più di una volta si è paragonato a Giovanni Battista, che non concentra su di sé l’attenzione della gente ma la indirizza verso il Signore. Si considerava come un indice puntato sulla persona e sul messaggio di Gesù.
Dopo i primi anni di entusiasmo si è cominciato a rimproverargli di non essere al passo con i tempi. Giornali e opinione pubblica contestavano le posizioni di Giovanni Paolo II su temi quali la difesa della vita dal suo concepimento fino al suo temine naturale, il celibato sacerdotale, il divorzio e le coppie di fatto. Ma il Papa non si è adattato. Il mondo cambia, ma la Chiesa rimane “fuori” dal tempo. Disse una volta: «Alcuni vorrebbero che la Chiesa cambiasse il suo insegnamento e che si manifestasse più comprensiva, ma se così fosse, essa cesserebbe di essere il sale e la luce di cui Gesù ha parlato nel Vangelo. Non le cose facili sono da proporre al nostro mondo, ma la via in ascesa, quella che richiede sacrificio e sforzo e che conduce alla felicità».
Nel momento della morte del Papa Lei era lì? Cosa accadde?
Quel 2 aprile 2005, mentre il Papa stava morendo, guidavo la preghiera del Rosario in piazza San Pietro gremita di fedeli. Al termine, suggerii alla folla di continuare a pregare in silenzio, accompagnando il Papa all’incontro con Dio. Appena dette quelle parole, squillò il mio telefonino: il Sostituto della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Leonardo Sandri, mi disse: «Il Papa è appena morto. Tieni la folla che io scendo a dare l’annuncio». Provai un grande imbarazzo. Che fare? Tornai al microfono e ripresi lentamente le Ave Maria, provando un sentimento strano: pur in mezzo a migliaia di persone, mi sentivo solo, come orfano. Un padre non si sostituisce... Quando Mons. Sandri comunicò la notizia, dalla piazza si levò spontaneo un grande applauso: di affetto, di gratitudine, di rimpianto. Ebbi la certezza che il mio sentimento era pienamente condiviso da quella folla sconosciuta, diventata per un momento, ancora grazie a Lui, una grande famiglia.
 
Eccellenza, se l'aspettava la beatificazione di Giovanni Paolo II a soli sei anni dalla morte?
Ho sempre avuto la certezza che Giovanni Paolo II fosse un vero “amico di Dio”, che è la più bella ed esatta definizione di un santo. Non mi meraviglia perciò che, accogliendo e confermando con la sua autorità apostolica quanto il popolo di Dio, con spirituale intuizione, aveva “sentito” da tempo, Papa Benedetto XVI abbia riconosciuto in tempi brevi la sua santità e lo proponga ora a tutta la Chiesa come modello nella sequela del Signore Gesù.
 
Per concludere: descriviamo Giovanni Paolo II con tre parole.
Padre. Amico. Maestro.
   
Francesco Carlini