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I ragazzi del Liceo Scientifico di Spoleto hanno intervistato l’Arcivescovo.



Nel mese di dicembre 2009 gli studi di Umbria Radio di Spoleto hanno ospitato dei “giornalisti” particolari: gli studenti del Liceo Scientifico “A. Volta” chehanno preso parte alla quinta edizione del corso di giornalismo “W. Tobagi”, realizzato per le scuole superiori della città dall’Associazione Amici di Spoleto e dal Comune. Nel corso di giornalismo radiofonico - tenuto da Francesco Carlini e Francesco Locatelli - gli studenti, seguendo il tema proposto dall’assessore all’Istruzione Battistina Vargiu, la Costituzione, hanno realizzate tre trasmissioni già andate in onda. In una l’intervistato è stato l’arcivescovo Boccardo che, partendo dall’articolo 7 della Carta Costituzionale, ha parlato di bioetica, di giovani e di Spoleto. Di seguito, pubblichiamo l’intervista, che per la prima volta appare sulla carta stampata.



Eccellenza, come vede il rapporto tra Stato e Chiesa oggi? Molte volte si parla di una intromissione della Chiesa nelle questioni politiche e sociali: cosa ne pensa? (domanda posta da Valerio Onofri)
«Penso che la Chiesa non vive al di fuori del tempo, lontana da situazioni concrete. Inserendosi nella vita quotidiana della gente, propone la sua visione sull’uomo, sulla società, sulla vita comune. Mi sembra una lettura un po’ superficiale o di parte quella di dire che la Chiesa si intromette nella vita pubblica. Il cristiano non è una persona che vive fuori dal tempo e dal mondo. Il cristianesimo non è qualcosa che si vive solo interiormente, quasi in maniera segreta o privata. C’è una valenza sociale, una presenza dentro la società. Il compito della Chiesa è quello di proporre, di sottolineare alcuni aspetti ritenuti importanti per la vita civile. Io non parlerei di una ingerenza, dunque. Mi piace piuttosto pensare ad una collaborazione, che è la ricerca del bene comune. Il richiamare alcuni valori che per chi crede hanno il loro fondamento nel Vangelo, per chi non crede sono comunque dei valori umani, è un servizio prezioso che sia la Chiesa sia le altre istituzioni possono rendere alla società».

I rapporti tra l’Italia e il Vaticano sono regolati dai Patti Lateranensi. Esistono altri patti che regolano i rapporti tra la Chiesa e gli altri Stati del mondo? (Cecilia Mariani).
«Come Patti Lateranensi no. Ma facciamo una precisazione. Con i Patti si intendono due documenti. Il primo è il Trattato del Laterano tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, che è il Governo centrale della Chiesa Cattolica, firmato l’11 febbraio del 1929. Con questo Patto l’Italia ha riconosciuto l’esistenza dello Stato della Città del Vaticano, un piccolo territorio di 44 ettari. Dopo la presa di Roma del 1870 il Papa era prigioniero, chiuso nella basilica di S. Pietro e il Palazzo Vaticano. Così non si poteva andare avanti. Già agli inizi del XX° secolo ci sono stati i primi contatti con l’Italia. Pio XI aveva la preoccupazione di assicurare alla Santa Sede la libertà e l’indipendenza alla sua missione. Ripeteva: “Se noi siamo ospiti della Francia, dell’Italia o degli Stati Uniti d’America siamo comunque soggetti alle leggi di quel Paese. Se invece siamo a casa nostra - ecco l’indipendenza e la libertà necessarie - siamo più liberi di svolgere la nostra missione”. Questo è stato possibile grazie all’accordo tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, accordo che prende il nome di Trattato del Laterano. Un’altra cosa è il Concordato che regola i rapporti e la vita della Chiesa cattolica sul territorio italiano, firmato anch’esso l’11 febbraio 1929, rivisto nel 1983. I due documenti vanno sotto il nome di Patti Lateranensi. Esistono, poi, con diversi Paesi del mondo dei Concordati che stabiliscono e regolano la presenza della Chiesa su un territorio».

Cosa l’ha spinta ad intraprendere la strada del sacerdozio? Qual è stata la sua figura di riferimento in questi anni? (Marika Flavi)
«Innanzitutto una domanda: perché non potrei farlo anche io? Una domanda molto immediata che si è definita e chiarita gradualmente, con l’aiuto di alcune persone che mi hanno accompagnato e seguito in un cammino di ricerca e di discernimento, che poi mi ha condotto ad avere idee più chiare, fino al momento della decisione di diventare prete. Tante sono le figure di riferimento: i sacerdoti che avevo conosciuto quando ero ragazzo; poi, fin dai primi anni del mio sacerdozio, la figura di Papa Giovanni Paolo II, che ho avuto anche il dono e la grazia di conoscere da vicino. Il suo stile pastorale rimane per me un punto di riferimento irrinunciabile».

A pochi mesi dal suo arrivo, qual è la sua impressione sull’ambiente spoletino? Cosa intende fare la Chiesa locale per avvicinare le nuove generazioni? (Matteo Arcaleni)
«Sorpreso e allo stesso tempo consolato dell’accoglienza cordiale e calorosa che ho ricevuto a diversi livelli: sia nelle istituzioni, sia nelle comunità parrocchiali, sia nell’incontro con la gente. La grande cordialità della gente di Spoleto-Norcia mi fa molto piacere, mi incoraggia. Per quanto riguarda i giovani, sono una forza vitale oggi e sono quelli che domani avranno in mano la società, anche se non saranno tutti presidenti della Repubblica o sindaci di Spoleto. Saranno chiamati, a vari livelli - amministrativo, politico, dell’informazione, nell’economia, soprattutto nella famiglia - a dare l’impronta alla nostra società. Noi non possiamo lasciarli soli. Mentre stanno elaborando le scelte per il loro futuro, la Chiesa vuole essere vicina, non per dire “devi fare questo” ma semplicemente per dire “pensa anche a questa cosa, tieni conto nelle tue scelte che c’è anche questa opportunità. Io te la offro”. Le diverse iniziative della Pastorale giovanile vogliono essere questa presenza della Chiesa accanto ai giovani per organizzare il loro presente e il loro futuro. Rifonderemo il Centro giovanile di S. Gregorio, cioè una casa per i giovani, aperta, con un prete disponibile a tempo pieno. Vorremmo che lì si moltiplicassero iniziative, occasioni di incontro, di riflessione e di ricerca, offerte come contributo della Chiesa ai nostri giovani».