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Ricordati di me

Intervista al Settimanala "La Voce"
24 luglio 2009

 



Eccellenza, Benedetto XVI l'ha nominata Arcivescovo di Spoleto-Norcia. Come ha accolto questa nomina?
Con gioia e trepidazione. Accogliere e ricevere il dono di un popolo e di una Chiesa, in particolare di una Chiesa così ricca e feconda di santità come quella di Spoleto-Norcia, è una grande responsabilità. Iniziando questo ministero sento tutta la ricchezza e il peso del servizio ecclesiale che mi viene richiesto. L'ho accolto però con fiducia: ho sempre creduto che quando il Signore chiama e affida una missione, dà anche la grazia affinché la si possa compiere nel modo migliore.

 



Chi è Renato Boccardo, come nasce la sua vocazione al sacerdozio?
Provengo dalla diocesi di Susa, in Piemonte; sono figlio unico. Da ragazzo, ho pensato che il sacerdozio poteva essere la mia strada; l’aiuto ed il consiglio di alcuni sacerdoti che mi hanno accompagnato e sostenuto nel cammino mi è stato particolarmente prezioso. La mia famiglia, papà e mamma, mi hanno sempre detto: «Se tu sei contento, lo siamo anche noi».Il Vescovo mi ha mandato a Roma, all’Almo Collegio Capranica; sono stato alunno della Pontificia Università Gregoriana. Sono stato ordinato sacerdote il 25 giugno 1977: dopo trentadue anni, sono ancora convinto e felice della scelta fatta. Poi, il Signore mi ha condotto per strade che non avevo mai immaginato; mi sono stati affidati diverso ministeri: tutti, benché diversi tra loro, molto belli e ricchissimi di esperienza umana e sacerdotale.

Come immagina il passaggio dal mondo “vaticano” alla guida di una diocesi?
È qualcosa di nuovo, ma non del tutto. Nei ministeri particolari svolti in questi anni (Governatorato dello Stato della Città del Vaticano da ultimo, ma prima al Pontificio Consiglio per i Laici per la pastorale giovanile e le Giornate Mondiali della Gioventù e poi in Segreteria di Stato per l’organizzazione dei viaggi apostolico del Papa) c'è sempre stato un aspetto pastorale. Il prete non può fare l'impiegato o l'amministratore; il prete è fatto per stare con la gente: questa dimensione pastorale, che ho sempre tentato di custodire ed esercitare, trova adesso la sua pienezza. Per questa ragione sono grato al Papa che mi affida una diocesi così bella e ricca come Spoleto.

Conosceva Spoleto?
Conoscevo la Cattedrale e la fama della città per il Festival dei Due Mondi; non conosco la diocesi nella sua vita quotidiana. Naturalmente, mi appassionano le figure di S. Benedetto e di S. Scolastica, nonché di S. Rita. Mia nonna era devotissima della santa; fin da bambino ho sentito parlare di lei e delle rose: arrivare adesso a fare il vescovo a Spoleto e trovarvi la casa di S. Rita mi fa quasi sentire “in famiglia”.

Come intende muoversi all'inizio del suo ministero episcopale?
Desidero mettermi in ascolto. Il vescovo ha un ministero di paternità nella sua diocesi, e la paternità non si inventa, ma si inserisce in una storia, in un patrimonio che deve essere scoperto, accolto, custodito e trasmesso. Mio primo impegno sarà dunque quello di conoscere le persone, in particolare i preti, prima ancora delle strutture. Insieme ai sacerdoti, poi, vorrei guardare alla nostra gente, alla nostra società, alla quale siamo debitori dell’annuncio della Parola sempre viva. In questa dimensione della conoscenza e dell’ascolto si colloca il mio desiderio di incontrare subito, nella prima settimana del mio ministero a Spoleto, il Consiglio Presbiterale ed il Consiglio Pastorale, tutti i Sacerdoti diocesani e religiosi, e di recarmi in visita all’Ospedale e alle Carceri.

Qual è secondo lei il bisogno più urgente del mondo giovanile e quali linguaggi la Chiesa deve utilizzare per farsi loro prossima?
Quello di ragioni forti da mettere alla base della vita. La nostra società ci spinge sempre di più verso qualcosa di immediato, che si vede, si tocca, si ottiene senza fatica e a buon prezzo. I giovani portano dentro di sé una voglia di cose grandi, di ragioni forti, di impegno, di generosità; non possono accontentarsi di piccole cose. E allora tocca a noi come Chiesa, insieme alle famiglie e alle diverse istituzioni, non temere di proporre loro grandi ideali. È la sfida urgente che ci attende: la Chiesa deve farsi quotidianamente compagna di strada del mondo giovanile, utilizzando anche il linguaggio e le forme di comunicazione del mondo di oggi.

Nella sua ultima enciclica, il Papa ha detto che solo con la carità è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La popolazione, anche in Umbria, anche a Spoleto, soffre per l'attuale crisi economica. Cosa vuol dire a queste persone il nuovo vescovo?
La situazione attuale provoca i cristiani ad una attenzione che non è solo materiale, operativa, ma del cuore. Siamo tutti responsabili di tutti. So quanto la diocesi di Spoleto sia attenta ed attiva nella carità e nella solidarietà; la professione della fede non è mai completa se non si traduce nei gesti concreti della carità. A quanti sono provati dal disagio e dalla sofferenza vorrei assicurare la vicinanza operosa della nostra Chiesa ed invitarli a non perdere la speranza.

Spoleto, Eccellenza, è piena di iniziative culturali, dal Festival dei due Mondi al Teatro Lirico Sperimentale. Come la Chiesa, secondo Lei, deve interfacciarsi con il mondo della cultura?
Con un atteggiamento di simpatia. La cultura, che manifesta la nostalgia dell'uomo verso il bello, il vero ed il buono, non è lontana dal discorso cristiano. Tocca anche alla Chiesa accompagnare questa ricerca e parlare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che, con la loro intelligenza, contribuiscono a rendere migliore la vita del mondo. Abbiamo un cammino comune da percorrere, e i cristiani, con la sapienza che viene loro dal Vangelo, hanno qualcosa da proporre e da offrire a tutti coloro che cercano la verità.

Lei è stato segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Quanto sono importanti oggi per la Chiesa i mass media?
I settimanali diocesani e le radio svolgono un servizio prezioso; sono l'eco della parola della Chiesa; possono raggiungere quelle case e quelle persone che non necessariamente sono in contatto con la presenza della Chiesa sul territorio. Anche con i media siamo chiamati a proclamare al mondo il messaggio dei discepoli del Signore; si tratta di guardare alla realtà, di interpretarla, di abitarla con una particolare sapienza evangelica (Paolo VI parlava di un “supplemento d’anima”). Mi auguro che i media delle comunità diocesane di Spoleto-Norcia e dell'Umbria siano come un “altoparlante” che rende presente la voce della Chiesa tra le parole degli uomini.

 

Francesco Carlini