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Sabato 23 marzo al Chiostro di S. Nicolò di Spoleto le Aggregazioni laicali dell’archidiocesi di Spoleto-Norcia (associazioni, gruppi o movimenti ecclesiali) hanno organizzato un convegno sul tema “Chiudere Spoleto? Dalla crisi…una nuova crescita”. Sono intervenuti: Giuseppe Croce, docente di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma; Catiuscia Marini, presidente della Giunta regionale dell’Umbria; Alberto Pacifici, imprenditore; Enrico Menestò, presidente della Fondazione CISAM; Ulderico Sbarra, segretario regionale della CISL; Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire. Ha moderato l’incontro Giorgio Pallucco, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro.

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Prima dei relatori hanno portato il saluto ai presenti l’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo e il sindaco di Spoleto Daniele Benedetti. «Quando le Aggregazioni laicali mi hanno proposto questo convegno – ha detto il Vescovo – me ne sono rallegrato. I cristiani, guardando la situazione di crisi del nostro tempo, non possono essere spettatori e per questo offrono alla città questo momento di riflessione dove scambiare qualche idea, mettere insieme domande, propositi». Il sindaco Benedetti ha ringraziato chi ha pensato questo convegno convinto che «Spoleto ha bisogno di idee, di nuove proposte, di maggiore unità. Se andremo tutti verso questa direzione, Spoleto non chiuderà, ma ripartirà».

L’Umbria deve necessariamente collegarsi alle regioni limitrofe. Al prof. Giuseppe Croce è toccato il compito di illustrare la situazione economica e sociale dell’Umbria. Il primo dato che ha fornito è quello che l’Umbria e le altre regioni del centro, intermedie tra nord e sud, un tempo terre tranquille dove si viveva con dignità, sono state duramente colpite dalla crisi. E ha cercato di spiegarne le cause, focalizzando la sua attenzione sulla regione dei santi Benedetto e Francesco. Una è la mancanza di servizi capaci di produrre reddito. Un’altra è il capitale umano: da un lato l’Umbria è la più virtuosa in Italia per numero di diplomati e laureati; dall’altro, però, questo capitale umano non viene valorizzato. È alto il numero dei laureati disoccupati; una donna laureata su quattro è inattiva e neanche è alla ricerca di lavoro; ogni tre laureati, uno ha studiato troppo per le richieste che ci sono in regione; tanti umbri laureati sono andati a cercare lavoro fuori regione. Insomma, c’è molto capitale umano, ma non si utilizza e non si comprende che è il principale ingrediente del nuovo investimento. L’economia umbra, inoltre, è impantanata e chi più ne soffre è proprio chi ha investito in formazione e studio. La politica, poi, deve rinnovarsi: non è più pensabile di captare risorse e riversarle interamente sul territorio, convincendosi di essere autosufficienti; inoltre, In Umbria è necessario ridurre la quota dei dipendenti pubblici, molto superiore rispetto alle regioni limitrofe. Ancora: è opportuno distinguere le politiche sociali da quelle economiche. Le prime devono tenere unita la società; le seconde, invece, devono essere selettive, premiare qualcuno e qualcun altro no. «Siamo una regione debole – ha detto Croce al termine del suo intervento - e proteggere un soggetto debole non semplifica, anzi complica. Ci sono aiuti diffusi e non aiuti selettivi, politiche che cercano di trovare un lavoro non stabile ai laureati. Fondamentale per l’Umbria è l’apertura verso l’esterno. Basta ai grandi impianti industriali e dar vita ad un collegamento tra imprese che stanno sul territorio regionale e in altre parti del mondo. È giunto il momento di concepire strategie comuni con le regioni confinanti, in modo particolare con Marche e Toscana. La politica purtroppo tende a concepire la regione come un sistema chiuso. La sfida vera, invece, è l’apertura, progettare insieme, condividere i benefici, acquisire una massa critica più autorevole».

L’Umbria da sola non ce la può fare a superare la crisi. Dopo il prof. Croce ha preso la parola il presidente della Regione, Catiuscia Marini. «Oggi – ha affermato – stiamo vedendo gli effetti sociali più gravi di questa crisi non più congiunturale, ma strutturale. Nel corso di questo anno i dodicimila cassa integrati diventeranno probabilmente disoccupati. Le imprese che vorrebbero innovare – ha proseguito - non trovano aiuti dagli istituti di credito, a loro volta in crisi. A Spoleto la crisi morde più che in altre parti dell'Umbria. E la risposta non potrà essere solo territoriale: tutti stiamo seguendo la vicenda della IMS e la possibilità di nuovi acquirenti non italiani». Sull’apertura a progetti comuni con le regioni limitrofe la Marini ha detto: «Con Toscana e Marche stiamo pensando insieme a dei piani di internazionalizzazione dell’impresa, di export e di infrastrutture tecnologiche. Certo è – ha concluso il presidente – che una regione di 900.000 abitanti difficilmente trova dentro di sé le ragioni per ripartire».

Archeologia e restauro: due percorsi che la città di Spoleto deve seguire. Enrico Menestò, presidente del Centro Italiani Studi sull’Alto Medioevo, che a sede a Spoleto, ha tracciato due percorsi culturali che una città come Spoleto non può trascurare se vuole rilanciarsi: uno archeologico e uno del restauro. «Ritengo – ha detto - che per Spoleto la messa a punto della carta archeologica sia un impegno ineludibile. L'archeologia è un grande richiamo per portare risorse umane ed economiche, per recuperare la storia del passato. Poi, c’è il restauro: è urgente tornare a prendere in mano un progetto di formazione per il recupero di opere d'arte. Archeologia e restauro rafforzeranno la vocazione culturale di Spoleto a livello internazionale».

Indispensabile la formazione degli operai. «Oggi il problema più serio per le aziende di questo territorio – ha detto Alberto Pacifici, presidente della Meccanotecnica Umbra a Campello sul Clitunno, azienda solida che ha stabilimenti in tutto il mondo – è la mancanza di credito da parte delle banche. C’è un sistema bancario poco efficiente per dare assistenza alle aziende. Credito e industria devono concertarsi di più. Poi, un nodo dolente è la formazione dei lavoratori. Aver distrutto le scuole professionali in Italia è stato un danno irreversibile. Non troviamo periti industriali specializzati da assumere. La formazione finalizzata alla produzione di una specificità è fondamentale, così come lo è la conoscenza delle lingue: le nostre aziende non avendo operai formati non sono competitive a livello internazionale. Alla regione chiedo un impegno nel creare due tavoli di discussione a livello interregionale: uno per le aziende in crisi e uno per quelle più sane. Poi, credo sia fondamentale portare i dipendenti a conoscere la gestione dell'impresa, tenere conto dei clienti, dei fornitori, della comunità locale. È altresì opportuno alleggerire la burocrazia e tutelare gli onesti e i capaci. Imprese, istituzioni, banche e sindacati devono confrontarsi sempre più per cercare di sollevare la situazione». Alla Marini mi permetto di dare un consiglio: «Faccia come i Vescovi che periodicamente compiono nella loro Diocesi la Visita Pastorale per conoscere da vicino persone, territorio, realtà. Compia una sorta di “Visita Civile” alle città dell'Umbria e alle sue aziende: così comprenderà meglio la situazione».

In Umbria la rete dei dirigenti pubblici è poco efficiente. «Nella nostra regione – ha detto Ulderico Sbarra, segretario della CISL Umbria - manca una classe imprenditoriale seria, una classe sindacale con coraggio, manca un progetto di sviluppo. Perché in una nazione che va male l’Umbria va un po’ peggio? Questo ancora non lo abbiamo capito. Tra sette o otto anni saremo finiti. L'Umbria è piccola e isolata. Ci vuole un coraggio riformatore; la classe dirigente non ha saputo interpretare la globalizzazione; la pubblica amministrazione è troppo invasiva; la rete dei dirigenti pubblici non è efficiente e non sono scelti con il metodo giusto. Si deve tornare a dare centralità al lavoro produttivo: meno pubblico e più lavoro privato; rimettere al centro arte, cultura e turismo».

Ripartire dalla famiglia per superare la crisi. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha portato a sintesi tutta la discussione emersa nel convegno. Dal “suo” privilegiato osservatorio ha proposto alcune riflessioni da tenere in considerazione in vista progetti di rilancio per l’Italia, l’Umbria, Spoleto. Primo: la disoccupazione giovanile minaccia la ripresa della valigia per molti italiani: all’estero, purtroppo, i nostri giovani si adattano a fare lavori che in Italia non farebbero mai. Secondo: riconsiderare il percorso di studi non finalizzato solo a trovare un lavoro, ma come opportunità per completare la personalità umana. Terzo: non tenere i figli inchiodati al tavolo dello studio fino a trenta anni; lungo il percorso di formazione fargli prendere contatto con il mondo del lavoro, che altrimenti sarà loro estraneo una volta laureati. Quarto: purtroppo è stata disprezzata e massacrata la cellula base alla tenuta della società che è la famiglia; ridare, dunque, fiducia a chi vuole sposarsi, nella consapevolezza che si avrà “rivoluzione” economica solo se si avrà “rivoluzione” culturale, la quale passa necessariamente nella rete delle relazioni familiari. Quinto: i politici tornino ad avere un rapporto con la gente per capire i loro bisogni; la classe dirigente italiana non aveva intuito la crisi, l'ha compresa grazie alla Caritas. Sesto: l’economia sociale può dare una grande mano alla ripresa del Paese; è miope pensare di escludere ciò che germina nella società: senza un’idea culturale alta non si riparte.