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Ricordati di me

Il pomeriggio del 31 dicembre 2020, alle 18.00, l’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo ha presieduto nel Duomo di Spoleto la Messa, al termine della quale è stato cantato il Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso. Un anno che si chiude con l'incertezza e le paure causate dal Coronavirus e dunque con un bisogno ancora più forte di riaffidare tutto al cielo. Col presule hanno concelebrato: don Sem Fioretti, Vicario generale; don Bruno Molinari parroco della Cattedrale, di S. Gregorio e dei Santi Pietro e Paolo; padre Giuseppe Spaccasassi, OAD, parroco di Santa Rita; mons. Luigi Piccioli, priore del Capitolo dei Canonici del Duomo; altri presbiteri diocesani e religiosi.

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I diaconi permanenti hanno assistito il celebrante. Il servizio all’altare è stato curato dai seminaristi diocesani e dai ministranti, coordinati dal cerimoniere arcivescovile don Pier Luigi Morlino. La liturgia è stata animata dalla corale diocesana diretta da Loretta Carlini; all’organo, Maurizio Torelli.

Nell’omelia il Presule ha sottolineato come l’anno che volge al termine è stato ricco di eventi, positivi e negativi, personali e sociali, custoditi da ciascuno nella memoria del cuore. «Tuttavia - ha detto mons. Boccardo - non possiamo non fare riferimento al Coronavirus che da diversi mesi e in mille modi ci tocca da vicino. “Questo è un anno da dimenticare”, sentiamo ripetere da amici e conoscenti, pronti a voltare pagina per lasciarsi alle spalle un passato da dimenticare e votati alla speranza di un futuro che sarà certamente migliore, perché “peggio di così non potrà andare”, si dice. E invece no. Questo 2020 non è un anno da dimenticare, ma da ricordare. Perché ci ha offerto una lezione di vita, una lezione più che mai “in presenza” anche quando avveniva a distanza, perché è entrato nella nostra carne, ci ha costretto a guardare ciò che non avremmo voluto vedere».

L’Arcivescovo ha ribadito come il Covid-19 sia una grande lezione riguardo ai limiti. «Ci è richiesta la difficile arte di dirci dei no, di porci dei limiti e di attenerci ad essi, di non fare, di non andare, di non incontrare; arte che ci ricorda come il vero esercizio della libertà personale consista nel darsi una regola di comportamento e nel rimanervi fedele. Ci siamo trovati di fronte, improvvisamente, alla preziosità del nostro tempo, che ora possiamo cogliere e sentire, non solo veder fuggire».

La pandemia è una memoria mortis. «Che ci ricorda – ha detto il Presidente della Conferenza episcopale umbra -con brutalità che non solo la fragilità e la vulnerabilità sono parti costitutive della vita, ma anche la morte. Anzi, la vita non è senza la morte e solo ciò che vive ha la capacità di morire. Il Covid-19 ci ha obbligato a porci nuovamente di fronte all’orizzonte della nostra fine naturale per recuperare quella sapienza che da sempre nasce dal pensare la vita tenendo presente la morte».

La pandemia ci ha mostrato infine che abbiamo bisogno gli uni degli altri. «E ha contestato – ha sottolineato l’arcivescovo Boccardo - le tendenze di radicalismo individualista che ci abitano. Noi siamo relazione: è un insegnamento tanto semplice ed elementare quanto spesso disatteso e ignorato nel nostro vivere quotidiano. Proprio mentre ci chiede di osservare il distanziamento e di mettere la mascherina, la pandemia ci sprona ad assumere la responsabilità verso gli altri: la vita mia e degli altri, soprattutto dei più fragili, dipende anche dai miei comportamenti. Ad una società che chiude le frontiere a migranti e stranieri, che mette in atto politiche di respingimento, il virus che senza problemi passa frontiere e confini ha mostrato la stupidità e la cattiveria di politiche immunitarie che perseguono la sicurezza in modo ossessivo e si scoprono poi radicalmente insicure».