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Ricordati di me

Venerdì 22 maggio 2020 è stata celebrata la festa liturgica di Santa Rita da Cascia. Nella sua città natale la Messa principale è stata presieduta dall'Arcivescovo e trasmessa in diretta su TV 2000. In Basilica, in questo tempo di Covid-19, sono entrate circa ottanta persone. Presente la goveratrice dell'Umbria Donatella Tesei. Col Presule hanno concelbrato sacerdoti agostiniani e diocesani. Riportiamo l'omelia integrale di mons. Boccardo. 

Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato, quando chiama i suoi discepoli a divenire amici di Dio e degli uomini e a restare uniti alla vite nuova che Lui è, Rita le ha ascoltate, accolte e vissute. E in lei hanno portato frutto. Così, dal silenzio della sua urna, oggi la Santa ripete a noi la parola di verità con la quale Cristo ci indica la strada della vita. Rimanere uniti alla vite, lasciarci potare e portare frutto: sono le tre condizioni che garantiscono la partecipazione alla gloria stessa di Dio. «Io sono la vite, voi i tralci. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (cf Gv 15, 5. 4), ci ha detto Gesù. La prima esigenza consiste dunque nel rimanere legati al tronco vivo e vivificante che è lo stesso Figlio di Dio. L’immagine così semplice della vigna diventa suggestiva quando pensiamo che essa vuole tradurre il legame senza eguali che esiste tra ciascuno di noi e Dio e, di conseguenza, tra noi tutti, raccolti attorno a Lui.

Questa è la realtà: fin dal giorno del mio Battesimo si stabilisce tra me e Cristo un legame essenziale, vitale, costitutivo, un legame che supera quelli dell’amicizia, della parentela e anche della nuzialità. Se questo legame manca, la Vita non viene comunicata (e si è allora una specie di tralcio secco, di ramo morto); se invece esiste, la vita che scorre in noi è la vita stessa di Dio. Rita aveva compreso l’invito di Gesù, e lo ha vissuto: radicata profondamente nel suo amore, trovò nella fede la forza di essere donna di amore e di pace e visse nel suo intimo il mistero dell’incontro tra il divino e l’umano, tra il creatore e la creatura. Per questo ci insegna ancora oggi a sostituire il male con il bene, il risentimento con il perdono, l’egoismo con la gratuità.

Ma non è sufficiente rimanere legati alla vite. Un tralcio che cresce da solo cresce troppo velocemente, perché si sviluppa tutto nelle foglie e produce poco. «Ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto», dice ancora Gesù (cf Gv 15, 2). Anche qui contempliamo l’immagine in tutta la sua semplicità e in tutta la sua eloquenza: in primavera una vigna potata sembra ridotta, ferita. Ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è per noi: quando dobbiamo affrontare una prova, una fatica, una rinuncia, immaginiamo facilmente e prevediamo quanto possa essere difficile e quanto ci possa ferire. Ma la vita ci insegna presto che chi non si rifiuta nulla e rifiuta invece agli eventi e alla Parola di Dio di modellarlo, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca (cf Gv 15, 2). Al contrario, quando la sofferenza ci ha purificato, allora esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace può produrre in noi una tale potatura (Ebr 12, 11).

E questa può essere una chiave che ci aiuta ad interpretare anche il tempo difficile che stiamo vivendo. Il virus ha smascherato la nostra grande illusione di onnipotenza e ci ha costretti a riconoscere che non sappiamo tutto, che non dominiamo ogni cosa, che siamo fragili e vulnerabili. Ci ha ricordato cioè che siamo delle creature e, perciò, non ci possediamo, non è in noi la sorgente della vita che viviamo. Proprio nella celebrazione dell’Eucaristia proclamiamo che per vivere abbiamo bisogno della vita di Cristo, che per mantenerci in vita dobbiamo necessariamente attingere a quel pane e a quel vino che vengono da fuori di noi e ci sono gratuitamente donati, senza condizioni. Nell’impotenza che abbiamo esperimentato di fronte alla pandemia si rende manifesto quello che realmente siamo sempre, anche quando non c’è il virus, anche quando coltiviamo il sogno di essere invincibili: siamo solo degli uomini, non degli dèi. Ci tocca dunque accogliere la lezione e fare in modo che tutto quanto di promettente è emerso in questa tribolazione non venga velocemente soffocato: perché è l’unica possibilità che da questo dramma esca davvero un’umanità migliore. Non dovremo dimenticare quindi le cose belle - e per certi versi inaspettate - germogliate in questo tempo: la riscoperta di relazioni più autentiche, l’importanza delle cose essenziali, la condivisione nella fede in famiglia, un contatto più profondo con la Parola di Dio, una rinnovata attenzione e sensibilità operativa nei confronti di chi è nella sofferenza e nel bisogno. Ce lo ricorda anche Santa Rita che, avendo esperimentato e vissuto la sofferenza della vita quotidiana, è diventata capace di comprendere le pene che attraversano e segnano l’esistenza dell’uomo: per questo è venerata come avvocata dei poveri e dei disperati, che ottengono dalla sua intercessione grazia di consolazione e conforto.

Infine, dobbiamo compiere ciò per cui siamo stati creati: portare frutto e un frutto che rimanga. Perché il Padre che ci ama non vuole farci soffrire, vuole soltanto farci crescere. «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto», conclude Gesù (Gv 15, 8). La gloria di Dio non è l’uomo sterile ma l’uomo vivente. E l’uomo vivente è l’uomo spirituale, che - come Santa Rita - porta i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22); non frutti destinati a morire, ma frutti che rimangano; non opere di morte, ma opere di vita (cf Ap 13, 8; 21, 27). Anche questa può essere una conseguenza della situazione che stiamo vivendo: diventare capaci di generare vita nuova. Abbiamo sentito ripetere più volte in queste settimane che niente sarà più come prima. Affinché ciò sia possibile si richiede necessariamente il nostro personale coinvolgimento, una scelta decisa che ci conduca a dire: da questo momento in poi i valori che dominano nella mia vita, le mie azioni, la mia disponibilità agli altri non saranno più quelli di prima; io non sarò più quello di una volta. È questa la vera rivoluzione: non chiedere agli altri, non demandare a nessuno quello che spetta a noi, ma fare ciascuno la propria parte, affinché questo tempo sia consolato e confortato dalla testimonianza e dall’impegno dei discepoli di Gesù.

Questa mattina, ancora una volta ci poniamo tutti alla scuola di Santa Rita: l’adesione generosa e disponibile al mistero del Signore crocifisso e risorto ha reso feconda la sua vita. «La stigmata che brilla sulla sua fronte - ci ricordava San Giovanni Paolo II nel 2000 - è l'autenticazione della sua maturità cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in certo modo laureata in quell'amore, che aveva già conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione alle vicende della sua città» (20 maggio). Da lei accogliamo il messaggio proposto dalla pagina evangelica: rimanere uniti alla vite, lasciarci potare, portare frutto; con lei, fiduciosi, preghiamo: Signore, rimani con noi! E insegnaci e aiutaci a rimanere con te. Amen.