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La Diocesi, per l'Anno Pastorale 2019-2020, propone quattro “ritiri spirituali per tutti” (operatori pastorali, persone singole e famiglie). Si tratta di un tempo di ascolto, riflessione e preghiera insieme ad altri fratelli e sorelle che desiderano camminare sulla via del Vangelo. Il primo incontro si è tenuto domenica 1° dicembre 2019, prima di Avvento, a Cannaiola di Trevi. Il live motive della giornata è stato “Maestro, dove abiti?”. Ha guidato le riflessioni don Luigi Maria Epicoco, preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Aquila, intervallate al mattino dall’adorazione eucaristica e dalla preghiera personale e al pomeriggio da un’esperienza di silenzio.

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C’è stata anche la possibilità di accostarsi al sacramento della Confessione. La Messa celebrata dall’Arcivescovo ha concluso il ritiro. Al di sopra di ogni aspettativa la partecipazione: il grande salone di Cannaiola, infatti, era si è riempito a tal punto che è stato necessario aggiungere più seggiole. Davvero una bel momento di grazia per iniziare nel migliore dei modi l’Avvento.

Finalità di questi ritiri secondo don Epicoco. «Non sono decorativi, come ad esempio può essere il fare turismo in una nostra bella città d’arte; in giornate come queste si gioca una parte decisiva della nostra vita, stiamo trovando il coraggio di accendere la luce sulla parte interiore di noi che molto spesso è al buio. Facciamo tante cose durante la giornata, ma quasi mai facciamo i conti con noi stessi. Un tempo di ritiro, di deserto, di ascolto serve a rientrare dentro noi stessi. Non è una passeggiata, perché non ci piace fare i conti con noi stessi, con le cose non risolte, con le domande che bruciano dentro. A ciascuno di noi piace di più vivere fuori che vivere dentro noi stessi. Fare ciò da solo è scoraggiante: il male fa questo, vuole ridurci alla solitudine, a risolvere i problemi da solo. Per un cristiano è necessario tronare in se stesso, ma mai da solo. Abbiamo bisogno di una bussola, che è la Parola di Dio: la relazione con essa è preziosissima per noi cristiani».

Nella riflessione del mattino don Epicoco ha posto a fondamento del suo intervento il Vangelo di Giovanni, capitolo 1°, versetti 35-39:ll giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”. Sintesi intervento Epicoco: «Il Vangelo di Giovanni non è una storia giornalistica, ogni dettaglio è prezioso, anche il più banale, anche quello che non si vede. Giovanni Battista è un personaggio chiave dell’Avvento. Nasce da Zaccaria ed Elisabetta, coppia che non poteva avere figli. Sarà l’angelo Gabriele a dare l’annuncio a Zaccaria, che si spaventa. E così siamo noi, spaventati, quando il Signore si manifesta. È la reazione più umana che può capitare. Tutti al tempo ascoltavano Giovanni, lo andavano addirittura a cercare nel deserto. Era affascinante, ma diceva: guardate me, ma non è me che cercate. Senza lo step Giovanni Battista, che nel Giordano faceva un Battesimo di conversione, la nostra vita è una finzione: non basta fare un proposito, ma arrivare ad un frutto del proposito. E il frutto che propone Giovanni è l’incontro con Cristo. Dal brano del Vangelo, presentando Giovanni, emerge che l’esperienza di fede non è mai di solitudine: solo nella relazione con qualcuno siamo in una relazione di fede. L’illusione oggi è quella di fare a meno degli altri nella nostra fede: con la scusa di amare Dio non amiamo nessuno. Se vogliamo capire a che punto è la nostra fede dobbiamo domandarci la qualità delle nostre relazioni. Cristo lo conosciamo attraverso il Battista, ma poi Giovanni deve togliersi di mezzo per conoscere meglio il Salvatore.  Purtroppo le nostre comunità spesso non hanno lo sguardo fisso su Gesù, sono preoccupate di come attirare le persone e non pensano invece a come condurle a Cristo. A volte i numeri alti (ah abbiamo fatto quell’evento e c’erano mille persone) ci confortano, ma ci fanno perdere lo sguardo su Gesù. Giovanni ci esorta a fissare lo sguardo sull’Agnello di Dio. E i discepoli sentendolo parlare seguirono Gesù. È fondamentale allora passare da Giovanni a Gesù. E la nostra gente? Sentendoci parlare, gli viene voglia di Cristo? Non è importante che la gente pensi bene di noi, ma è importante che sentendoci parlare segua Cristo. Non è importante se la chiesa è bella o no, se la processione cambia percorso, solo per fare qualche esempio: ciò che conta è Cristo, il motivo per cui va fatta la processione. È difficile resistere al fascino di Gesù, non essere suoi ammiratori. Quello che è complicato è passare dall’essere folla che gli va dietro ad essere suoi discepoli. Le folle non vogliono Gesù, vogliono solo i suoi effetti speciali, i suoi miracoli. Anche noi a volte lo invochiamo perché ne abbiamo bisogno. Diventiamo discepoli, invece, quando capiamo che la cosa più importante è incontrarlo anche se non ci risolve i problemi. La cosa più interessante non è ricevere una grazia, ad esempio la guarigione da un tumore, ma incontrare Cristo nel percorso della malattia e guardarlo negli occhi, costruire con lui una relazione personale. La cosa più importante non è quindi la grazia di Gesù, ma il suo volto, i suoi occhi. Noi in genere andiamo da Gesù per chiedere qualcosa, ma è lui che ci chiede: cosa cerchi nella tua vita, dal tuo matrimonio, dai tuoi figli? Spesso cerchiamo cose vuote di significato, domandiamo solo per accontentarci: questo è antievangelico. Solo quando si allarga l’attesa dentro di noi Gesù ci dice qualcosa. Faccio le cose perché ne sono consapevole o perché lo fanno tutti? Il Gesù che rassicura è un’invenzione della psicologia: lui non rassicura, ma fa’ una cosa più grande, ti spinge a buttarti fuori dal nido. Non dobbiamo avere paura di Gesù che ci mette in crisi: lui si spaventa da noi che ci difendiamo e non dalle nostre crisi. Lui è un’esperienza che ci cambia la vita. Le nostre comunità sono un luogo dove si fa esperienza di Cristo o sono solo distributori di servizi? Appartenere alla Chiesa è appartenere a un luogo dove prenderci Qualcuno. Se vuoi capire Gesù, devi andare e seguirlo».

Nel pomeriggio, don Epicoco ha basato la sua riflessione su Matteo 16, 13-23: “Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»”. Sintesi intervento Epicoco: «La cosa più interessante di Gesù non è la morale, non sono i suoi discorsi o i miracoli. Ma: chi è Gesù per me. E Pietro lo ha detto chiaramente: Tu sei il Cristo, il Salvatore. Questa affermazione è un dono dello Spirito, non viene da nessuna educazione. Cristo è l’unico che conosce il nome nascosto nel nostro cuore. È nel rapporto con lui che scopriamo gradualmente perché siamo nati, perché viviamo, qual è lo scopo della nostra vita. Ci vuole una vita intera a capire ciò. Ma il vero discepolo di Gesù sente forte questa esigenza, è chiamato a passare dalla folla al dire “Gesù è il Signore”. Oggi purtroppo ragioniamo secondo il mondo, che dice: salvati la vita, difenditi. È una logica diabolica che ha come obiettivo il preservare, la non rinuncia, il non morire a se stessi. Tutti abbiamo allora bisogno di cambiare mentalità, di convertirci. Non di cambiare il mondo, ma di cambiare la posizione che abbiamo sul mondo. Gesù entra nella nostra vita per aiutarci a morire a noi stessi e questo non ci piace. L’Avvento può essere allora un tempo propizio per cambiare mentalità, anche attraverso i fioretti. Prendiamoci ad esempio un impegno, mettiamo la costanza in un proposito e ciò porterà a dei benefici. I propositi nei tempi forti, infatti, saranno poi la forza per abitare i tempi ordinari. Accanto a ciò, è urgente frequentare la Parola di Dio, il Vangelo in particolare, e ragionare secondo essa. A volte possiamo non comprenderla subito, ma non importa: ciò che conta è la familiarità con la Parola. Deve cadere il taboo che il Vangelo lo capiscono solo i preti e le suore. Leggete ogni giorno un pezzetto di Vangelo, guardatelo, ruminatelo. Piano piano sentirete che qualcosa cambia: non è magia, ma educazione. E allora sentiremo la vita in modo diverso, il Signore ci farà cambiare prospettive portandoci sulle spalle del Padre: così la disgrazia diventa grazia, così soprattutto Cristo entra dentro di noi».  

La giornata si è conclusa con la Messa celebrata dall’Arcivescovo. Nell’omelia mons. Boccardo ha invitato i presenti a non sprecare le occasioni che ci verranno offerte dal tempo dell’Avvento, «tempo – ha detto - in cui il Signore viene come un ladro per cercare nella nostra vita le cose più belle che abbiamo dentro e che a volte diamo per scontate. Non piangiamoci sempre addosso, ma prendiamo coscienza di quello che abbiamo e proviamo a valorizzarlo. Il Signore viene per dirci: tu sei prezioso ai miei occhi. Lasciamoci sorprendere allora dalle cose belle che Dio ci dona».