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Ricordati di me

“Venite adoriamo, venite adoriamo, venite adoriamo, il Signore Gesù”. Con questo canto è stato avviato il solenne pontificale del giorno di Natale presieduto dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra, mons. Renato Boccardo, nella Basilica Cattedrale di Spoleto. La Messa è stata animata nel canto dal coro della chiesa di S. Filippo. Col Presule hanno concelebrato mons. Luigi Piccioli vicario generale, don Sem Fioretti rettore della Cattedrale e don Fabrizio Maniezzo parroco emerito di Castel Ritaldi. Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi e dai ministranti della Diocesi. Molti i fedeli presenti, tra cui il sindaco di Spoleto Umberto de Augustinis, accompagnato dalla consorte. L’Arcivescovo la notte ha celebrato la Messa sempre in Duomo e al mattino del 25, prima del Pontificale in Cattedrale, si è recato all’Hospice “La torre sul colle” di Spoleto per portare il lieto annuncio della nascita del Salvatore anche tra i malati terminali, tra i loro familiari e tra il personale medico e non che vi lavora.

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«La festa odierna – ha detto nell’omelia del giorno di Natale mons. Boccardo - ci ridona il ricordo vivo di un evento centrale nella vicenda umana, il solo evento che è davvero inedito, davvero rivoluzionario, davvero redentivo per l’uomo: la nascita del Figlio di Dio nella nostra carne mortale. Noi cristiani - noi che celebriamo il Natale - siamo essenzialmente un “popolo che ricorda”; un popolo che però vive in mezzo a un’umanità smemorata. Smemorata perché è tutta presa e quasi ossessionata dalla preponderanza di ciò che è attuale, quindi effimero e senza un consistente futuro. Proprio per questo, noi che celebriamo il Natale riceviamo contestualmente l’impegnativa missione di preservare i nostri contemporanei - con la nostra testimonianza, il nostro annuncio, la nostra gioia - dalla sventura della dimenticanza. Perché la dimenticanza della propria origine e del proprio destino è alla radice di ogni insensatezza e di ogni sottile alienazione. Che in sostanza è “dimenticanza di Cristo”, se è vero (come è vero) che tutti dall’inizio siamo stati in lui pensati e voluti dal Dio creatore; se è vero (come è vero) che l’intera nostra esistenza, giorno dopo giorno, è un procedere fatale incontro a lui, Signore della storia. È probabilmente proprio questa “dimenticanza” che sembra condurre il nostro mondo verso un desolante deserto di umanità, dove non si è più capaci di riconoscere in ogni uomo l’immagine stessa di Dio, di quel Dio che nascendo a Betlemme si identifica con i piccoli e i poveri».

Poi, un pensiero all’attualità, alle persone «maltrattate da mercanti di carne umana senza scrupoli e da leggi discutibili varate di recente … e come dimenticare – ha detto il Presule - l’odissea del piccolo Sam, che solo qualche giorno fa ha avuto per culla un barcone ed è stato finalmente accolto a Malta, perché per lui e la sua mamma in Italia non c’era posto…Come discepoli di Gesù, non possiamo rimanere insensibili di fronte a quanti sono abbandonati e lasciati per strada senza nessuna prospettiva di futuro. Anche l’ONU si è rivolta agli Stati membri dell’Unione Europea per chiedere di “riconsiderare i costi umani delle loro politiche e dei loro sforzi per arginare la migrazione verso l’Europa”. Perché il ritorno a una sovranità nazionale incontrastata non è certamente la risposta ai problemi del nostro tempo. Come se tirarsi fuori dal consesso internazionale e rinunciare ad elaborare soluzioni condivise fosse una via di uscita praticabile di fronte alle gravi sfide generate con insistenza dalla situazione mondiale. Non esistono “razze” di malviventi, ma persone malvagie e persone giuste di ogni etnia, pelle e cultura. Non esiste la categoria dei “sospettati” da cui si sta pescando a piene mani per condurre il gioco duro e amaro del “noi e loro”, nel quale “loro” sono solo “gli altri”: un’aspra regola di esclusione e di espulsione che purtroppo tanti sembrano impegnarsi a dissotterrare dai cimiteri degli orrori del passato. Come uomini e come cristiani, ci ricorda Papa Francesco, non possiamo eludere la responsabilità morale nei confronti di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che, mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere, ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace. Non possiamo lasciare – ha concluso l’Arcivescovo - che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e rifiuto».